Valigia: metafora del viaggio e contenitore di vissuti

luglio 4th, 2011  |  Published in Ambiente Società

La valigia contiene sogni di viaggi, è il ready made del movimento, l’icona della modernità e l’indice di transizioni. E’ una scatola magica che protegge un mondo concluso, rassicurante poiché rappresenta la casa, le abitudini del viaggiatore che parte con un campionario del proprio habitat quotidiano come feticcio apotropaico.
La storia del bagaglio ripercorre lo sviluppo dei mezzi di trasporto, dalla strada ferrata al viaggio aereo, che trasporta toilettes rivelatrici di teorie della classe agiata.
Dal Seicento la valigia diventa lo strumento necessario per lo spostamento dei viaggiatori a cavallo, che prende il nome dall’arabo waliha (sacco di grano). La parola compare in letteratura per la prima volta in francese nelle commedie di Règnard e nel romanzo Gil Blas di Lesage pubblicato fra il 1715 e il 1735. Nel XVIII si diffonde la moda del Grand Tour e la valigia prima concepita come un lungo sacco di cuoio adatto per essere trasportato a cavallo, si evolve nella sua forma attuale di scatola, cassetta o baule. Le prime sono costituite da due parti simmetriche che si aprono a metà con un’unica o una doppia maniglia, poi diventano un parallelepipedo con un coperchio legato a cerniera. Nell’Ottocento i viaggi per diletto si triplicano e le valige rivelano lo status sociale dei protagonisti della rivoluzione industriale e dell’evoluzione degli stili, gusti e consumi, distinguendo i borghesi imprenditori di se stessi, che determinano un settore ben definito dell’artigianato: pelletteria e accessori da viaggio.
La valigia, il baule per Freud è il simbolo di conflitti non risolti stratificati nell’inconscio e dei genitali di chi sogna. Per Jung la valigia rappresenta il grembo della vita, il contenitore del principio vitale: è una metafora dell’utero da cui nasciamo con la tensione di ritornarci.
La valigia è un vessillo della Bella Epoque che danza, volteggia e si muove al ritmo frenetico della rivoluzione industriale, dell’urbanizzazione, all’insegna del lusso e del piacere della vita, e Parigi è la capitale del XIX secolo che inneggia allo sfarzo, alla mondanità e al divertimento.
La Ville Lumiere è il baricentro della moda, della vita notturna con il teatro delle pochades, le notti folli da Chez Maxim’s, o al Moulin Rouge, l’impero della perversione con l’impudico Can can. Queste altre storie raccontano le valige di Louis Vuitton che nel 1852 percorre a piedi trenta chilometri (da St. Germain, dove abita, a Parigi) per imballare le toilettes dell’imperatrice Eugenia di Montijo, sposa di Napoleone III. Vuitton è l’imprenditore che investe nell’eleganza e nella praticità, quando nel 1854 inaugura la sua prima valigeria in rue Neuve des Capucines, fondando un impero del lusso, considerato ancora oggi una colonna portante del gruppo Lvmh di Bernard Arnault. Le chiavi d’interpretazione del Novecento sono l’energia e il dinamismo che si rappresentano nell’automobile e la valigia è il contenitore di strumenti per il movimento, che preannuncia viaggi avventurosi o tranquilli soggiorni in giro per il mondo, alla ricerca di mete dove tutto è calma, bellezza e voluttà o di esplorazioni di nuovi territori, culture e tradizioni. La valigia custodisce emozioni, riflessioni e incanti del mondo, con la possibilità di ripensare l’invisibile per indurci a viaggi immaginari.
Anche nel cinema i bagagli hanno assunto il ruolo di protagonisti del XX secolo, poiché sono “attori” del movimento, dinamici, camaleontici e sempre pronti a nuovi ruoli, a seconda delle occasioni. La teoria della relatività di Einstein è alla base del Cubismo, Futurismo, Costruttivismo, Suprematismo e altri linguaggi che hanno dissolto la compattezza formale delle arti figurative precedenti; ebbene la valigia si connette a queste evoluzioni espressive, poiché è sinonimo di simultaneità di tempo e spazio. Difatti la valigia diventa l’oggetto del desiderio della relatività, della trasformabilità, che sottintende estensioni spazio temporali e il succedersi di eventi in una dimensione concettuale, predisponendo la mente a fughe da sè.
Applicare le idee di relatività einsteiniane all’oggetto valigia non è una forzatura, bensì un password per entrare nel vorticoso movimento che ha caratterizzato il XX secolo.
In ogni caso la valigia sottintende una filosofia del viaggio senza definirlo, che diventa un presupposto formale e un linguaggio nelle arti visive autoreferenziale. Per esempio nel cinema le valige, i bauli e i nécessaires sono sempre miracolosamente leggeri, diventando quasi accessori dell’idea del viaggio, nonché metafore dello spostamento e anche della fuga dalla propria quotidianità. Oggi le valigie hanno le ruote, i trolley sono griffati e hanno semplificato la funzione di trasporto di effetti personali.
La valigia contiene “lo spirito del tempo” che l’ha generata, è un particolare che rimanda alla totalità delle evoluzioni umane come accessorio di vissuti.
Immaginiamo le valige come rivelatori di stili, di gusti e di tendenze, e carte di credito della cultura che le progetta come scatole “portatili” di linguaggi segnici prodotti dall’attività dell’immaginazione. Le valige sono una rappresentazione del movimento e dei suoi correlati, interpretazione e simultaneità, perché collegano invisibilmente l’oggetto in questione con l’idea del viaggio, inscrivendosi nella categoria del pensare.

Visul -codex : Etica- Estetica-Eleganza: Affermarsi e distinguersi

La valigia è legata alla costruzione e all’affermazione della propria identità, è un accessorio del narcisismo: la caratteristica umana innegabile.
Attraverso la valigia, l’individuo si afferma e si differenzia dai suoi simili, e li inganna.
Se la funzione crea la valigia, la moda la trasforma in uno strumento del lusso, diventando una garanzia dell’agiatezza, ostentata come credenziale di rispettabilità.
La valigia è donna, è un contenitore di potenzialità in atto, inoltre è di forme mutevoli, come la moda cambia colore e foggia di rivestimento, per soddisfare la vanità, la raffinatezza e l’eleganza. La valigia è femmina mutevole e contraddittoria, frivola e nello stesso tempo solida, leggera e pesante: è un oggetto di seduzione che sembra inutile ma è necessario per qualsiasi spostamento nel viaggio esistenziale.
Le epoche d’oro della valigia sono la Belle Epoque, gli anni Venti, gli anni Cinquanta, Ottanta e il 2000 nato sotto il segno dei viaggi in rete.
La valigia cela e rivela, è ossimorica per natura e racchiude l’esistenza di un rapporto conflittuale tra la soggettività e l’oggettivita, tra l’io e la società, tra il viaggiatore e il viaggio, tra la condizione sociale reale e l’aspirazione ideale. Qualsiasi valigia è un object trouvé di “già fatti” sociali.
La valigia si rivela dai dettagli: materiali, rifiniture, rigidezza e morbidezza, praticità ed eleganza; è un accessorio che soddisfa le esigenze personali del lusso di un élite, ma è anche un contenitore professionale pratico e funzionale, che sopporta le intemperie del tempo e i “ viaggi” brevi da un luogo all’altro della città.
La valigia è l’indice del rinnovamento di forme, oggetti e codici che riflette le evoluzioni dei soggetti che la pensano. La valigia è anche il simbolo di un peso stratificato nella coscienza, che non può essere dimenticato perché può smascherare il suo proprietario, oscillante tra appartenenza e autenticità, nel gioco fatuo della spettacolarizzazione di sé.
La valigia oltre ad essere un’ icona del lusso è anche uno strumento del lavoro, come la borsa del dottore, dell’avvocato, dell’ingegnere, del giornalista, del fotografo, del musicista, dell’atleta, del politico, degli impiegati, degli yuppies anni 80, delle spie, dei terroristi che l’abbandono sul luogo del delitto e di tutti i maghi affabulatori, che s’inventano identità performative e illusioni etiche. Ogni valigia tutela i segreti dei proprietari e inganna i fruitori.
La valigia nelle arti è il museo immaginario della creatività, nel presente è uno spettacolo situazionista, che gioca con la rappresentazione del suo valore ambiguo e trasformista. La valigia affascina, seduce perché è una comunicazione inter-soggettiva di ideali. Il motto è “sono la valigia che scelgo”, in quanto è il prolungamento dell’io che si afferma in una forma geometrica, solida e compatta, realizzata con materiali più o meno raffinati, visualizzando eticità perdute e vite mondanizzate nella nostra società in crisi di appartenenza.
La valigia è un vizio della modernità, è una virtù dell’eleganza e un codice estetico. La valigia è anche metafora di uno spazio per l’invenzione, dove inscenare corteggiamenti e conclusioni di amori, partenze e arrivi nella stazione della vita, che sviluppa imagerie narrative dalle coordinate sorprendenti quante i viaggiatori che la eleggono come culmine di un processo di “assolutizzazione” dell’io.
La valigia oggi? Ha le ruote, è sempre più leggera, funzionale e ipertecnologica, per molti è un segno identitario di distinzione personale dalla massa anonima. Il motto è: viaggio con valige griffate e quindi sono al disopra del Low –cost. contemporaneo Per altri è una passione. Per tutti la valigia è uno scrigno dall’interpretazione esistenziale e una scatola dei desideri di attese del nuovo, di sogni delle evoluzioni dell’io, camaleontico che si ri-progetta nel pensare a viaggi, senza sapere quale meta raggiungere.

Jacqueline Ceresoli.

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